Editoriale
 
Ma queste liberalizzazioni serviranno davvero?
Dal gas alle professioni, dalle assicurazioni alla farmacie, sono 15 i settori coinvolti dal piano liberalizzazione targato Monti, volto ad agevolare la ripartenza di un sistema economico bloccato...
Maria Luisa Campise, Direttore PRESS
 

Dal gas alle professioni, dalle assicurazioni alla farmacie, sono 15 i settori coinvolti dal piano liberalizzazione targato Monti, volto ad agevolare la ripartenza di un sistema economico bloccato. “Erano anni che l’Italia aveva bisogno di un serio programma di manutenzione”, “di misure incisive e corpose”, come le hanno definite il premier e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Le decine di articoli di cui si compone il provvedimento, danno bene l’idea dell’importanza attribuita alle misure in esse contenute, anche in termini di interessi toccati. Ma le liberalizzazioni - questa è la domanda da porsi in queste settimane - possono avere i poteri taumaturgici contro i mali del Paese che vengono loro attribuite o vi è, in questa lettura, un eccesso di enfasi? In linea generale le liberalizzazioni sono un fattore di crescita, anche se non esiste un modello perfetto e non sono un toccasana salvifico capace, da solo, di risolvere i problemi. Ogni Paese, del resto, fa i conti con la sua storia e con la sua attitudine allo sviluppo. In un Paese come il nostro, ad esempio, in cui l’economia non cresce a causa soprattutto del costo dello Stato che grava su di esso, servono innanzitutto misure rigorose di controllo e di tagli dei conti pubblici. Solo dopo aver agito lì, dove i problemi si annidano, le liberalizzazioni potranno generare investimenti e crescita. In questo senso la partita deve ancora iniziare. Alcune norme, contenute nel provvedimento “Cresci - Italia”, danno l’impressione, poi, di non aprire concretamente alla concorrenza, restando di fatto lo Stato a decidere sull’offerta di un certo bene o servizio. Sul fronte delle professioni, sempre più spesso negli ultimi tempi rappresentate all’opinione pubblica come un blocco sociale chiuso in se stesso e, quindi, come ostacolo allo sviluppo economico del Paese, si è voluto andare oltre quanto già previsto nella manovra di agosto, nella quale, anche con il contributo degli stessi Ordini, si era trovato un punto di equilibrio sostanzialmente accettabile. Il “Cresci - Italia” apre ai Confidi per i professionisti, ma radicalizza inutilmente le misure in materia di tariffe, abolendole tout court, salvo mantenerle in vita nel caso di liquidazione da parte di un organo giurisdizionale. Niente di più sbagliato ed inutile: le tariffe, derogabili, rappresentavano una guida per la quantificazione del compenso e davano, altresì, al cliente l’opportunità di conoscere gli standard di prestazione rispetto ai quali il compenso si riferiva. Averle completamente eliminate, prevedendo piuttosto come obbligatorio un preventivo per iscritto al momento del conferimento dell’incarico, non sarà utile al cliente, appesantendo piuttosto il rapporto tra quest’ultimo e il professionista. Se davvero si vuole liberalizzare per rendere competitivo e concorrenziale il comparto delle professioni, si abbia il coraggio di correggere al più presto l’assurda norma relativa alle società tra professionisti, che prevede che i professionisti possano essere assurdamente subalterni ai soci non professionisti nella partecipazione al capitale e nella presenza negli organi di governo societario. E si attuino i principi fissati ad agosto scorso e condivisi dal CNDCEC: numero chiuso solo in caso di pubblica necessità, tariffe non vincolanti, pubblicità libera, tirocinio accoppiato al periodo universitario, formazione continua e assicurazione obbligatori, funzioni disciplinari separate da quelle di rappresentanza. Una buona base per ammodernare il sistema ordinistico e per ribadirne la sua centralità nel sistema economico nazionale.

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N. 1 - Gennaio 2012
 
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