I bilanci dell’anno 2008 rappresenteranno per molti versi un momento fondamentale per l’economia e per i professionisti che si occupano più da vicino delle vicende delle imprese: quei resoconti che si stanno chiudendo proprio in queste settimane segneranno infatti, nel brutale realismo dei numeri, quanto forte è stato lo scossone della crisi finanziaria e quanto ampia è ora la ferita. Ma questi stessi bilanci potranno davvero essere un punto di svolta se tutti coloro che se ne stanno occupando sapranno cogliere appieno i segnali che i numeri contengono. Le professioni economico–contabili e tutte le attività che all’economia e alla contabilità si affidano (dal mondo del credito fino a quello dell’informazione) sanno che potranno trovare, nei conti del 2008, una sorta di paradigma, non solo e non tanto per gli effetti della crisi mondiale. Certo, nei valori che andremo a leggere di qui all’inizio dell’estate troveremo sicuramente molti segni negativi. Ma vogliamo credere – dobbiamo credere – che quegli stessi valori possano essere anche una base di partenza per rinnovate prospettive di crescita.
Cercare motivi di fiducia è in queste circostanze l’impegno migliore che si possa chiedere. Aiutare le società, piccole e grandi, a individuare i punti di debolezza e di forza può essere il compito di chi sa di economia e di numeri, in questa fase in cui l’una e gli altri ci danno parecchi motivi di preoccupazione.
Ma i bilanci del 2008 possono a pieno titolo essere un paradigma perché la crisi ha colto l’informazione finanziaria in una fase di delicata evoluzione: nel passaggio, cioè, da regole nazionali a regole continentali se non mondiali. E alcune architravi di questo passaggio sono state rimesse in discussione, corrette, integrate, sospese. Anche di tutto questo troveremo traccia nei rendiconti del 2008, che meriteranno quindi ancora più attenzioni del solito.
Il disegno spezzato
Se volessimo riassumere in estrema sintesi i complicati percorsi politici e normativi che si sono avvicendati negli ultimi quindici anni in materia di conti societari, potremmo dire che, al legislatore nazionale così come a quello comunitario, stavano a cuore soprattutto tre obiettivi:
- l’affidabilità dei bilanci,
- la loro leggibilità,
- la confrontabilità tra uno Stato
e un altro.
I primi due obiettivi, naturalmente, non sono sorti con l’Unione europea ma sono da sempre in cima agli scrupoli dei buoni contabili. Un bilancio è tanto più affidabile quanto si basa su “buone regole” o “buona prassi”, ed è tanto più leggibile, anche da un non esperto, quanto più quelle regole sono conoscibili, trasparenti e condivise. L’Unione monetaria e la globalizzazione hanno poi dato maggiore sostanza al terzo obiettivo, quello della confrontabilità. E’ in nome di questo terzo punto che la tenuta dei conti e la redazione dei bilanci si è orientata verso il sistema comune degli Ias, i principi contabili internazionali che a loro volta stanno cercando un progressivo avvicinamento con gli standard utilizzati negli Stati Uniti, per arrivare infine a un insieme di regole pressoché mondiale, più vicino e più adatto a un’economia globale.
Come sanno gli esperti di questa materia, questo percorso verso la confrontabilità non è stato semplice né lineare. Alcuni paesi (l’Italia, soprattutto) hanno scelto adeguamenti molto severi, imponendo cambiamenti di criteri a tutti i conti delle società quotate, altri hanno preferito un’adesione più morbida. Ma il cammino, fino allo scorso autunno, ha comunque mantenuto la direzione. Tanto che, proprio nei bilanci del 2008, vedremo debuttare gli effetti di quelle direttive che hanno avvicinato i criteri delle imprese non Ias a quelli utilizzati dalle società quotate. Il crollo dei listini e i rovesci finanziari hanno pesantemente inciso su questo disegno, portando i politici a decisioni rapide e imperative: la revisione del fair value nella valutazione degli strumenti finanziari (indicazione comunitaria) e la possibilità di utilizzare costi “storicizzati” nelle imprese non quotate, come ha deciso l’Italia nell’ambito delle misure anticrisi da poco tramutate in legge. L’analisi dei bilanci 2008 sarà allora utile per capire se, nell’urgenza di reagire, non siano stati compromessi quei caposaldi più antichi dell’affidabilità e della leggibilità. Agli specialisti il dovere di avvisarci, se il loro sguardo dovesse rivelare che la fretta di fare argine ha compromesso gli obiettivi fondamentali. Se il disegno di un sistema contabile comune, in altre parole, è solo temporaneamente interrotto oppure è irrimediabilmente spezzato.
Lettori e controllori
Questa esortazione ci porta a una considerazione più di dettaglio.
Quanto sono tutelate e incoraggiate, dalle norme e dalle scelte delle imprese, le capacità e l’indipendenza di questi “specialisti”?
Sappiamo che, per le piccole e medie imprese, i lettori del bilancio sono, quasi in nove casi su dieci, le banche. E il dato ci porta nel cuore di un altro aspetto dolente, quello del credito. Anch’esso ha subìto pesanti scossoni nei suoi criteri di base, tanto che si sta discutendo della revisione di Basilea 2, per arrivare a una versione più adatta alla congiuntura attuale e al tempo stesso più stringente su alcune voci sensibili dei bilanci bancari.
Ma limitandoci a chi governa sui conti e a chi vigila su questo governo, cogliamo comunque segnali di preoccupazione. Presenti già prima della crisi, come dimostra il rinvio nel recepimento delle norme europee sui compiti del sindaco e del revisore.
In questa fase, non è semplice ripensare al modello di governo e di sorveglianza per arrivare a un’architettura condivisa da più Stati.
I modelli anglosassoni, come abbiamo visto, non hanno brillato in garanzie.
Ma una scelta andrà comunque fatta, anche per risolvere i nodi delle incompatibilità nei collegi così come nei consigli d’amministrazione.
Saranno i politici a decidere, come è giusto che sia. Ma anche per questo scopo, la lettura attenta dei bilanci 2008 potrà essere un prezioso aiuto.