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Pollastrini: per i diritti e le pari opportunità
Per l’ex ministro pari opportunità del Governo Prodi “occorre un welfare rinnovato ed innovativo, capace di accompagnare la vita delle persone nelle sue varie fasi e che consideri il benessere individuale come leva dello sviluppo”
MLC
 

Come giudica le azioni dell'attuale governo in materia di Pari Opportunità?
Con schiettezza, rispondo che questo governo non solo non ha assicurato alcuna chance alle donne, ma ha prodotto una regressione nel campo dei diritti civili, a partire proprio da quelli f_0_ბ父�腉䊏ꖭ륀죇৳г碋䮘룵配침꼐 怀倀漀氀氀愀猀琀爀椀渀椀㨀 瀀攀essuali, per non parlare poi di quelli degli immigrati. E che non abbia assicurato alcuna chance alle donne, non è un'affermazione polemica, perchè lo testimonia anche la Finanziaria appena presentata che non contien爀椀 椀氀 戀攀渀攀猀猀攀爀攀 椀渀搀椀瘀椀搀甀愀氀攀 挀漀.

Quali le iniziative di maggior rilevanza che ha sviluppato nel corso del suo dicastero?
Intanto, ricordo che - non a caso ma per una precisa scelta politica - il ministero si chiamava “Per i diritti e le Pari Opportunità”. I diritti ora sono stati cancellati, e non è un fatto meramente grafico... Al primo posto della mia agenda di ministra c’erano, appunto, i diritti umani, a partire da quelli delle donne, nel mondo. Mi riferisco all’Iran e a tutte quelle aree piegate da guerre e fondamentalismi. Poi, la lotta a ogni forma di discriminazione, compresa quella di genere. L’elenco sarebbe lungo, perché ci siamo impegnati molto anche nel potenziamento dei centri antiviolenza (quegli stessi che, lo dico in un inciso ma è elemento significativo, sono stati esclusi dalla recente conferenza internazionale sulla violenza contro le donne che si è svolta di recente a Roma) e del numero verde. E via citando... Ora non sono più ministra, ma questi continuano ad essere i temi del mio impegno che non è mutato.

A suo avviso, nel nostro Paese vi sono minori o maggiori difficoltà a sviluppare pari opportunità rispetto al resto d'Europa? Vi sono differenze d'approccio e di cultura tra il Nord e il Sud del Paese?
Sono i dati a dirlo. In Italia, secondo le statistiche, lavora solo il 42% della popolazione femminile. Italia fanalino di coda in Europa. E l’anno prossimo - stime Ocse - andrà peggio, perché le previste ulteriori perdite di posti di lavoro si registreranno, anche nel nostro Paese, all'interno dei gruppi già svantaggiati, ovvero giovani, immigrati e donne, in particolare nel Me


Per una donna che lavora (o che intende farlo), in che cosa consiste sviluppare concrete politiche di pari opportunità?
Significa, in primo luogo, avere davvero le stesse possibilità di accesso. Il che comporta, tanto per dirne una, un welfare efficiente. Finché, invece, la donna dovrà fare il doppio, triplo e magari quadruplo lavoro, non le resteranno che le briciole... Con la conseguenza che non fa figli e non lavora. C’è in giro una forma grave di miopia. Non si coglie la verità profonda di quel che il professor Maurizio Ferrera scrive nel suo libro “Il fattore D”, ovvero che il lavoro femminile rappresenta una chiave per uscire dalla crisi economica e riprendere il passo della crescita. Promuovere l'occupazione femminile, attraverso strumenti e misure concrete dei governi, è infatti diventato urgente non solo per ragioni di pari opportunità e di giustizia, ma soprattutto perché senza di loro l’Italia non cresce. Due introiti in un nucleo familiare invece di uno, significa rimettere in moto l’economia. In realtà, il governo Prodi aveva cominciato a muoversi in questa direzione, con l’introduzione di sgravi fiscali per aziende collocate in aree in crisi che intendevano assumere donne.

Come ritiene possa eventualmente conciliarsi il ruolo di madre con quello di lavoratrice?
Lo accennavo poco fa. Certo, è una questione che investe il campo culturale, quello sociale ed economico. Ma è decisivo avere un welfare degno di questo nome, dunque occorre che la politica dia risposte adeguate. Mi spiego. L’Italia di oggi vanta due record negativi insieme: è il Paese, con il Giappone, che registra il più basso tasso di natalità del mondo ed è il Paese, con Malta, con il più basso tasso di occupazione femminile. Fondamentalmente, come dicevo prima, manca una robusta struttura di servizi in grado di supportare le singole persone ed i nuclei familiari. Del resto, la controprova si ha esaminando quel che accade là dove sono offerte maggiori garanzie e maggiori opportunità lavorative. Prendiamo la Lombardia e l’Emilia Romagna: qui le donne sono maggiormente occupate e fanno più figli. La relazione tra i due fenomeni è lampante.

In particolare, nello svolgimento delle attività libero professionali, come ritiene che, eventualmente, lo Stato debba o possa supportare il doppio ruolo di madre e di lavoratrice?
Occorre un welfare rinnovato e innovativo, flessibile, capace di accompagnare la vita delle persone nelle sue varie fasi e che consideri il benessere individuale come leva dello sviluppo. La crisi ha messo in luce come questa modifica sia urgente, anche perché il sistema di protezione attuale è troppo sbilanciato a favore della figura del maschio adulto. E in questo modo continua a tutelare, in fondo, chi ha già un lavoro, stabile, finendo così nel paradosso di garantire chi già è garantito. Mentre, come appunto mettono in guardia i dati Ocse, sono i non garantiti, e le donne tra questi, a rischiare di più ora e ancora di più nel futuro prossimo. Nei periodi difficili come quello che stiamo vivendo, anche le professioniste possono arrivare a pensare che rinunciare alla loro attività sia più conveniente. Ma non lo è, né dal punto di vista della realizzazione professionale né - come dicevo prima - dal punto di vista economico generale. Un rilancio dei consumi, per esempio, è più facile se in casa entrano due stipendi... Ecco, allora, la necessità di alleviare il peso che grava soprattutto sulle spalle femminili del lavoro di cura. E penso al valore del Piano Bindi che mirava a una maggiore diffusione nel territorio di asili nidi e prevedeva politiche concrete per anziani non autosufficienti. La mia convinzione di fondo è che solo dove maturano diritti (e doveri), responsabilità e chances, cresce una società più ricca ed inclusiva. E il riconoscimento del ruolo delle donne, e della loro autonomia, fa da cartina di tornasole del tasso di democrazia reale di una società.

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N. 10 - Ottobre 2009
 
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